Del Fumo. - TheCio

Del Fumo.

I suoi occhi mi cercano tra il fumo che riempie la stanza. Sono due fari che tagliano come rasoi la nebbia e scandagliano ogni angolo buio, a vuoto. Non mi trovano.
Il suo corpo striscia sul mio ma non mi sente. Io sono sulla sua pelle.
“Dai, esci fuori” sussurra quasi senza aprir bocca, “non è corretto. Tu mi puoi osservare, sono qui per te.”
Le sue braccia nude sono distese e rilassate lungo i suoi fianchi. I suoi piedi scoperti poggiano sulle piastrelle scure, leggermente aperti verso l’esterno.
I due puntini luminosi che porta in volto non cessano di muoversi, nervosamente. La abbraccio più stretta che posso ma i filamenti di fumo che compongono i miei muscoli non sono forti abbastanza ed esplodono in piccole nuvolette che si rimescolano tra di loro. E’ buffo: riesco a sentire ogni sua piccola vibrazione ma lei non riesce nemmeno a vedermi. Non è colpa sua, in fondo.
Una zanzara accosta una scia di sudore rimasta sulla sua mano destra. Sento anche lei. Sento quando la proboscide dell’insetto penetra nella sua pelle, sento il sangue fluirci attraverso. Deve fare molto caldo qui dentro.
Gli occhi ora sono chiusi, la stanza rimane nel buio. Deve aver capito che è inutile cercarmi.

Mi risveglio quietamente mentre i fumi del sogno si dissipano. Lenti volano fuori dalla finestra aperta che da sul giardino 3 piani più giù. Lentamente mi abbandonano anche i dettagli del sogno; raramente mi ricordo poco più di qualche elemento. In sottofondo suona Tom Waits.
“Penso ci sia qualcosa che non vada in noi.”
Mi metto a sedere. Sta sedendo sulla poltrona alla mia destra, dalla parte opposta alla finestra. La luce cade rumorosamente sui capelli biondi ed annulla la profondità dei suoi occhi color ghiaccio.
“Immagino sia qualcosa in me, più che in noi”
“No, assolutamente. Io… Io ho provato a guardarti dentro. Volevo e voglio davvero sapere cosa ti porti in petto. Ma non ci riesco. Penso sia ora di finirla. Evidentemente non sono io la persona che ti può aprire, che ti fa uscire di lì. Ma di questo credo tu ne sia già a conoscenza”.
Afferro le mie cose e mi avvio verso l’uscita. “Scusami, ti ho fatto perdere tempo” le dico mentre esco, “io sapevo già che sarebbe finita così: avrei dovuto avvisarti”.

Passo i 15 minuti seguenti a combattere contro il sonno. Mi infilo in un bar e ordino caffè e brioche. Afferro un quotidiano e mi immergo nella lettura di qualche articolo sulla crisi in Siria. Dopo mezzora entra anche lei: si è vestita con una camicetta bianca e leggera, shorts di jeans. Non ha quasi trucco in viso, è sempre stata una di quelle “acqua e sapone”. Nell’ombra del bar mi godo le venature dei suoi occhi per un po’. Lei intanto si è già seduta con un cappuccino. Sbadiglio e prendo la tazzina dal tavolo, la riporto al bancone e ritorno indietro con un macchiato.
“Quindi vogliamo chiuderla qui?” le dico mentre mi siedo.
“Non lo so. Sapevo ti avrei trovato qui. Per questo ho evitato questo bar per un po’”
“Eppure ora sei qui e neanche mi rispondi alle domande”
“Ti ho detto, non lo so”
“Non è una risposta”.
Con un sorrisetto quasi dolce alza lo sguardo dal tavolino e stortando leggermente lo testa la posa su di me. “Lo sai anche tu che non sta funzionando. Non possiamo fare finta di niente”.

La notte sogno di essere fumo, ancora. Ma questa volta sono più grosso, più voluminoso. E ora mi trovo nel suo soggiorno, la luce penetra dalla finestra chiusa. Il suo corpo è adagiato sulla poltrona, i fari dei suoi occhi spenti; sembra stia dormendo.
Impregno tutto, lascio uno strato denso e pesante di polvere sui muri, sui mobili, sul pavimento. Lentamente il colore abbandona la stanza, la finestra si oscura e tutto diventa nero. Lei si rianima, si alza in piedi e accende gli occhi. Illumina la stanza, cerca me. Una goccia di sudore le scende sulla mano. Una zanzara vi si posa accanto.

E F

A cura di Emanuele Ferraris

Mi piacciono la musica, le droghe leggere ed evitare le mie responsabilità.

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