Shark Tank #2 - TheCio

Shark Tank #2

Il sole splende malato in alto a destra. I suoi raggi moribondi mi arrivano addosso. Dalla terrazza vedo lontano. In fondo il mare. Ma come è possibile? Dovrei essere a Biella. Qui il mare non dovrebbe vedersi.

Capisco.

Sto sognando.

Odio questo posto, quindi lo amo. Come ogni buon ossessivo, porto sempre qui le mie povere vittime. Inizio a camminare fino alla mia panchina. Mi vedo. Sto parlando con lei. Un ricordo di un momento cristallizzato nel passato prende vita davanti a me. Potrei cambiare qualcosa, ma non voglio. Così mi siedo sull’altra panchina, quella dietro, dove le coppiette fanno le cose sconce. Osservo. Origlio.

“Così dove tutto è iniziato…”

“Mollala.”

“Ma è vero. Ti portai qui, ti baciai. Una settimana dopo eravamo fidanzatini.”

“Mollala, davvero. Lo sai benissimo anche tu.”

“Hai ragione. Grazie. Del resto questo abbraccio è il momento più intimo che abbiamo da mesi. Come si chiama?”

“Si chiama Giovanni. Sì, mi fa strano che si chiami come quel tuo amico. Studia medicina, è al terzo anno.”

“Vi siete già baciati? Avete già fatto l’amore?”

“Non ti riguarda e lo sai. Non rovinare questo nostro momento.”

Annuisco, o meglio, il ricordo annuisce. Le due figure sono confuse, come la superficie di un lago quando tiri un sassolino per farlo rimbalzare.

“Mi mancherai.”

“Ci mancheremo, scemo.”

“Uhm. E allora perchè deve finire?”

“Perchè non ci amiamo più. Perchè non ci desideriamo più. Perchè la nuova versione di te stesso non mi piace.”

“Perchè non siamo stati capaci di starci vicino. Perchè io sono dovuto cambiare per stare meglio. Perchè non ti è mai fregato niente di quello che facevo.”

Per un attimo le due figure si fondono in un bacio. Le lacrime si mescolano. I capelli lunghi di lui finiscono sui capelli corti di lei. Decido di avvicinarmi. La scenetta continua, ma nulla di valore viene detto. I due attori danno il loro meglio nell’ultimo atto del melodramma, per strappare quell’applauso triste e mesto al pubblico.

Più mi avvicino, più diventano trasparenti. Sono davanti a loro, mi rifletto. Un momento. La figura che mi appare non sono io. Mi tocco la guancia, è viscida. Apro la bocca, sono dei denti non umani. I miei occhi. Sono neri. Non quel nero che sa di infinito, in cui puoi vedere qualche stella brillare.

Il nero diventa più grande. Sempre di più. Una mano simile alla mia esce e mi spinge dentro. Non oppongo resistenza.

Mi ritrovo in quel mare pesante. La mia mano è serrata in una stretta. Ma non mi dispiace. La figura si gira. Ci baciamo. Ci stringiamo forte.

Che cosa sei? Che cosa vuoi?

 

 

 

SVEGLIATI PIRLA CHE SONO LE SETTE E MEZZA

Saltò giù dal letto. Si buttò nella doccia. Tempo quindici minuti era bello pulito e lindo. Guardò l’orologio. Sei e quarantacinque. Un grande sorriso comparve sulla sua faccia. Significava che poteva dedicarsi al momento della colazione. Prese il cellulare e, con sommo godimento personale, accese il Bluetooth. Le casse iniziarono a spandere musica assolutamente di pessimo gusto. 

“Marco, ora la paghi. Ti faccio due uova.”

Marco era leggermente sovrappeso. Quei 5 kg in più di chi preferisce una partita al computer ad una corsa. Un passato da giocatore di calcio che veniva fuori nelle partite di calcetto, in cui fra ciccia e sigarette riusciva comunque a fare una figura dignitosa. Per tanto motivi odiava convivere, ma il fatto che lui cucinasse molto bene rendeva Marco mansueto. Spesso e volentieri lo svegliava prima per farsi fare la colazione. Marco era bisessuale, ma non era per niente attratto dal suo coinquilino. Non ne aveva mai fatto mistero, portando indifferentemente uomini e donne in camera sua. Una sera memorabile pure sia un uomo che una donna. Anni a trattenersi, appena arrivato a Milano e libero dalle dinamiche della provincia bresciana si era finalmente lasciato andare, e viveva molto meglio con se stesso. La sua ex-ragazza ancora lo sputtanava in giro, dicendo che lo aveva fatto stare talmente male che ora gli piaceva prenderlo in culo. Marco replicava sempre: “Veramente sono attivo. Più che altro stando con lei avrei dovuto capire che mi piacevano gli uomini per la barba”. Marco odiava la sua ex.

Le uova friggevano sulla prima padella, sulla seconda il pane si stava ricoprendo di una leggera patina dorata. Il grasso del Bacon fischiava. L’odore che si spargeva per l’appartamento risvegliava gli istinti assopiti. La sua testa era lievemente pesante per la sera prima. Sapeva che non doveva bere, ma del resto forse le regole non erano fatte per essere infrante?

Si sedettero l’uno davanti all’altro.

“Oggi è un anno preciso preciso che ho mollato quella vacca.”

“Marco, quando la smetterai? Guarda che attacco con la menata del “Se la odi la ami ancora” et cetera.”

Il giorno dopo andai al mare. Ci provai con la barista. Presi palo. Come i pali che presi per i sei mesi successivi.”

“Finchè non hai ammesso di essere un doppiogiochista.”

“Esatto. Vedi, quando inizi a percepire anche gli uomini come semplici prede, cambia tutto. Se prima vedendo un bell’uomo la mia autostima finiva sotto le scarpe, ora lo vedo e me lo voglio fare. Come quando vedi una bella ragazza. Da competitor a obbiettivo delle mie mire da cacciatore.”

Annuì, capendolo. Marco non poteva capire quanto lo avesse colpito nel profondo. Da anni si chiedeva il suo posto nel mondo. Dopo l’anno scorso aveva deciso di smettere di porsi queste domande e concentrarsi sul momento che stava vivendo. Si sentiva un idiota, e pure un po’ codardo, ma così era molto più facile. Chi è la preda? Chi è il cacciatore? Cosa stiamo cacciando? Tutto questo è sostenibile? Il consumatore che consuma il consumato, ha più colpa di chi vorrebbe consumare ma non riesce?

Non apprezzava, gustava. Non prendeva a spilucchi, mordeva e strappava. Come con il cibo, così con le persone. Ad alcune piaceva anche molto.

Ad Anna ad esempio.

 

 

A cura di Ospite

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