Empatia, 1 di 3 - Freek - TheCio

Empatia, 1 di 3 – Freek

Trova quella donna” era stata la frase con la quale si era chiusa la conversazione tra Frederik e il suo superiore, una donna sulla cinquantina, capelli tinti di un biondo improbabile e una malsana passione per i biscotti al burro.
Frederik aveva osservato due gocce di saliva abbandonare le labbra della signora e planare sulla pila di documenti che le stavano sotto il naso. Poi, trattenendo un sospiro, si era silenziosamente riappropriato del cappello che aveva appoggiato sul tavolo e si era alzato, lasciando dietro di sé solo lo scricchiolio della sedia.

Freek, come era soprannominato tra gli amici, era entrato in polizia quasi per sfizio sette anni prima. Non aveva sentito nessuna vocazione e non provava nessun sentimento morale verso la società. Raggiunti i trent’anni, riflettendoci nelle lunghe notti invernali, chiuso nel suo appartamento in Rozenstraat, si rispondeva che probabilmente l’aveva fatto per contrariare suo padre. Era uno di quelli che a denti stretti si lasciava sfuggire “Bastardi in divisa” o “Porci blu” ad ogni volante che attraversava il suo campo visivo. Probabilmente aveva ancora meno senso civico di lui. Ma Frederik sapeva che suo padre era un uomo semplice, un operaio della periferia che viveva una vita tranquilla e isolata nel suo piccolo angolo di Olanda. Una sola generazione separava i due, eppure lui si sentiva e si era sempre sentito su un pianeta completamente diverso.

Uscendo dalla centrale di Marnixstraat si era fatto un piccolo riassunto mentale di quanto gli era stato detto poco prima. Era una persona molto logica, quasi schematica, malgrado fin da piccolo fosse poco incline alle materie scientifiche. Inoltre possedeva un’ottima capacità di analisi linguistica. Credeva che ascoltando bene si potesse capire come e perché il suo interlocutore avesse scelto certe parole, certe forme espressive anziché altre. E questo era uno strumento utile che gli dava un vantaggio sugli altri: lui era in grado di cogliere quali passioni o desideri muovessero le persone. Di conseguenza sceglieva accuratamente quando assecondare e quando discostarsi da chi aveva di fronte. Ogni conversazione era per lui un esercizio di abilità prima che uno scambio biunivoco di informazioni. Sfruttava questa capacità fin dal liceo con i compagni e gli insegnanti. Più volte era riuscito a strappare qualche punto extra nei test o negli esami scolastici. Malgrado non eccellesse in matematica e fisica, si sentiva poco portato anche per le arti e le materie umanistiche. L’arte pittorica ai suoi occhi appariva come uno sregolato caos di cui ben poco poteva essere schematizzato. La musica, uno strumento passionale a lui inadatto. Amava però la letteratura e in quella ci metteva impegno. Ogni libro ed ogni pagina erano una fonte fresca e dissetante di informazioni con cui ricostruire l’immagine dei personaggi, degli eventi e dell’autore stesso. Con quest’ultimo, poi, creava un legame profondo. Gli sembrava di poterci parlare assieme, di strizzargli l’occhio intendendo una conversazione privata e inaudibile a chiunque altro.
Ai suoi compagni di allora, e ai suoi colleghi in centrale, Freek appariva come una persona poco emozionale, fredda e calcolatrice. A lui non importava granché. Manteneva rapporti di amicizia senza mai arrivare a sentire il cuore delle persone. Poteva guardare dentro il loro petto, analizzandole, ma ogni sentimento di empatia era impossibile. Era un uomo di grandi capacità, ma di poca sensibilità.

Il suo superiore voleva che trovasse una donna, unica testimone di un omicidio avvenuto due sere prima in un negozio locale. Un uomo di trentaquattro anni e sua moglie di trentuno, pakistani di origini ma regolari cittadini olandesi, erano stati uccisi con un’arma da fuoco. Un omicidio così violento, simile a quelli dei film, era un caso raro in quella parte della città. L’omicida non era addestrato vista la grande quantità di colpi sparati e l’esiguo numero di quelli effettivamente andati a segno. Era però a volto coperto e le telecamere di sorveglianza della città ne perdevano le tracce quattro incroci più a nord. La cassa era intatta, niente era stato rubato. Vista la difficoltà, Freek era in fondo sollevato di non dover lavorare a quel caso in maniera diretta. Tutto quello che doveva fare era trovare quella donna. Era stata, grazie alle immagini delle videocamere, identificata come Eveline De Groot. Capelli biondi e lisci, pelle chiara, occhi verdi, ventisei anni. A casa sua non si riusciva a trovare.

Raggiunta la zona aveva perso un po’ di tempo ad esaminare le vie vicine e la geometria del quartiere. Aveva chiesto informazioni ai negozi vicini, ma pochi erano stati in grado di dargli informazioni sulla ragazza.
<Devono essere stati almeno sei colpi -aveva detto il ragazzo coi lobi dilatati e i tatuaggi che arrivavano fino al collo mentre gli serviva un flat white, nella cafeteria di fronte- poi la gente si è messa a gridare e a correre>.
<Sì, ma la ragazza? Era bionda, occhi verdi…> Sbuffava Freek.
<Sìsì, ci stavo arrivando. Lei è uscita invece almeno tre minuti dopo. Sembrava sconvolta, occhi sbarrati e passo indeciso. Però stava ben dritta e non correva. La ricordo perchè era passata poco prima di qui, a ordinare un caffè da portar via>.
<Ti ricordi in che direzione è andata?>
<Credo abbia preso la via che costeggia il lato destro del negozio. Ma non sono sicuro al cento percento>
Freek aveva lasciato le monete necessarie a pagare il caffè sul bancone e senza dire una parola o fare rumore era uscito. Il leggero fruscio della divisa sul legno dello sgabello sui cui sedeva era l’unico segno che potesse suggerire la fine della conversazione.
Aveva attraversato deciso la strada e si stava dirigendo verso la via che lobo-dilatato aveva indicato poco prima. Freek sapeva benissimo tutto quello che il giovane gli aveva già detto. Eveline era stata riprese dalle camere di sorveglianza vicine e identificata grazie a quelle. Ciò che però non si sapeva era che fine avesse fatto una volta lasciata quella stradina, vuota e stretta. Un incrocio a T la congiungeva con un’altra via commerciale, piena di negozi e ristoranti, parallela alla prima. Aveva chiesto a tutte le attività che potessero aver avuto campo visivo sulla giovane ma non aveva ottenuto nulla. “È incredibile la quantità di gente che in casi come questo perde la capacità di guardare razionalmente. Vedono ma non riescono ad osservare” pensava. Si era acceso una sigaretta e senza rabbia lasciava il fumo dolcemente uscire dalla sua bocca, ragionando sulla prossima mossa da fare.
Attraverso una nuvoletta densa e grigia, aveva percepito una macchia più chiara del solito. In fretta aveva afferrato la fotografia di Eveline e l’aveva confrontata con quel pallino bianco. Era lei. I capelli sembravano molto più chiari che in foto, più vicini al bianco che al biondo.
La seguiva. Lei stava raggiungendo casa sua con passo leggero ed indeciso. Evidentemente era la prima volta che ci tornava, altrimenti i colleghi di Freek sarebbero stati in grado di contattarla.
Senza guardarsi attorno era entrata. Il poliziotto aveva trovato l’ingresso dell’edificio aperto. I corridoi lo conducevano in maniera naturale fino ad una porta di legno scuro, con venature più chiare a vista. Eveline De Groot, diceva la targhetta appesa sull’ennesima porta socchiusa. Freek era entrato e l’aveva vista di spalle, in fondo alla stanza, intenta a cercare qualcosa tra i cassetti di un mobiletto basso. Dietro di lei larghe finestre lasciavano entrare tutta la luce che l’incrocio lì sotto avesse da offrire.
Era sicuro di non aver fatto rumore. Era bravo in queste cose. Eppure Eveline si era girata di scatto.
Aveva uno sguardo gelido. “Descrivere i suoi occhi con un semplicissimo Verde è riduttivo, ingiusto” aveva pensato Freek. Sembravano impauriti e determinati allo stesso tempo. Sarebbe stato difficile stabilire con certezza se sembrassero vuoti o pieni di tutto. Erano un ossimoro.
Un dolore lancinante in petto aveva travolto Freek. Sembrava che all’improvviso avesse preso coscienza di ogni singola cellula del suo corpo. Riusciva a sentirne i bisogni e le sovrabbondanze. Sentiva le pareti di ognuna a contatto con le sue vicine, i peli delle braccia oscillare dolcemente alla corrente che proveniva dall’uscio aperto dietro di lui. Ma ancora di più, aveva preso coscienza dei dolori inferti durante i suoi trent’anni di vita. Percepiva il dispiacere provocato al padre, quando si era unito ai Porci Blu. Si rese conto che Anna, una sua collega, era segretamente innamorata di lui. Capiva il vuoto che le aveva causato quando aveva rifiutato l’invito ad un informale caffé con lei ed altri poliziotti. Ma soprattutto, sentiva un gran dolore, un senso di solitudine infinito. “Perché -si rendeva conto- io SONO solo”.

Freek si riprese tre ore dopo. Della donna non c’era traccia. Debole come dopo una notte di sbronze, si alzò dall’angolino vicino all’ingresso in cui si era rannicchiato. Si sentiva senza fiato e senza forze. Il concetto di “vita” che aveva avuto fino a quel momento era stato completamente spazzato via, rimpiazzato dall’unica scelta sensata per chiarire cosa stesse accadendo dentro di lui: “Trovare quella donna“.

Continua.

A cura di Emanuele Ferraris

Mi piacciono la musica, le droghe leggere ed evitare le mie responsabilità.

1 Commento

  1. Rispondi

    Empatia, 2 di 3 - Eve - TheCio

    […] Qui, per la parte 1 di 3. […]

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